Ecco cosa è accaduto ad un nostro compagno. Pensiamo sia utile per capire il caos in cui è costretto a lavorare il personale medico e infermieristico della sanità pubblica del nostro paese, a discapito della salute dei cittadini.

Circolo Culturale Proletario di Genova

 

 

 

POVERA LA SANITA' PUBBLICA

Sabato ventitré novembre, a seguito di una evidente importante infezione alla gamba destra – che risulta essere di un bel colore rosso brillante – mi reco al Pronto Soccorso di uno dei tre ospedali maggiori di Genova; sono le ore 15:35 quando vengo ufficialmente preso in carico dalla struttura con un codice di accoglienza, il colore azzurro, che è il terzo grado partendo dal basso – peggio di esso sono soltanto il bianco ed il verde – che praticamente consente, a chiunque arrivi con un minimo di urgenza, di passarmi davanti, obbligandomi ad aspettare.

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D’altra parte chi mi ricovera pensa bene di insultarmi ricordando che «questo è un Pronto Soccorso, non un sostituto dell’ambulatorio», alludendo al fatto che da tre anni sono ospite, con cadenza bisettimanale, del servizio di cura Malattie Infettive, come se avessi cercato di “fare il furbo” per evitare di attendere il lunedì successivo per la consueta medicazione alle ulcere che insistono sui miei arti inferiori.

Fatto sta che soltanto intorno alle ore 22:30, dopo ben sette ore di “parcheggio incustodito” – nessuno, nel frattempo, si è degnato di chiedermi cosa avessi e constatarlo di persona – vengo fatto oggetto delle attenzioni del personale: due giovani, tale Domenico ed una ragazza della quale non conosco il nome, effettuano una nuova medicazione; peccato che non sia affatto questo il motivo per il quale mi trovo lì.

Se ne deve accorgere anche il medico di turno che, l’indomani mattina, mi manda a fare un ecodoppler alla gamba destra: l’infettivologo, per quanto lo concerne, dopo aver fatto il proprio dovere, scrive nel referto che, per fortuna, «non risulta altro che una pesante infezione» all’arto attenzionato, escludendo ulteriori complicazioni quali possibili trombi.

Ritorno in Pronto Soccorso e la dottoressa di turno, sulla base della relazione del suo collega di cui sopra, sentenzia – senza nemmeno preoccuparsi di dare un’occhiata di persona alla situazione – che, siccome non ci sono novità (!?!), intende dimettermi; sarà forse per scrupolo se, pochi minuti dopo aver ripreso il suo lavoro, torna da me per controllare di persona (evviva, meglio tardi che mai!) lo stato dell’arte e revoca seduta stante la decisione precedente per trattenermi in attesa di poter occupare un posto letto nel reparto “medicina” del medesimo nosocomio.

L’anticamera in barella, incredibile ma vero, si protrae in totale – dal momento dell’entrata all’ospedale – per ben 122 ore e 25 minuti, al termine della quale un infermiere mi raggiunge per condurmi alla sezione a cui sono assegnato, non senza farmi sapere che in Pronto Soccorso non mi trovavano e pensavano fossi intento a fare una passeggiata all’interno dell’ospedale (sic!).

 

Bosio (Al), 31 dicembre 2024

Stefano Ghio - Proletari Comunisti Alessandria/Genova

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